Incarto n. 15.2006.29
Lugano 21 settembre 2006 CJ/sc/rgc
In nome della Repubblica e Cantone Ticino
La Camera di esecuzione e fallimenti del Tribunale d'appello quale autorità di vigilanza
composta dei giudici:
Chiesa, presidente, Pellegrini e Walser
segretario:
Jaques
statuendo sul ricorso 3 marzo 2006 di
contro
l’operato dell’CO 1, e meglio contro il provvedimento 20 febbraio 2006 con cui esso ha rifiutato di retrocedere importi incassati nella procedura di fallimento diretta contro RI 1 nonché di avviare una procedura di rivendicazione;
letti ed esaminati gli atti;
ritenuto
in fatto:
A. Il 24 gennaio 2006, l’CO 1 ha pubblicato l’apertura del fallimento di RI 1, avvenuta l’11 novembre 2005, e la sospensione della procedura per mancanza di attivo.
B. Il 7 febbraio 2006, l’Ufficio, dopo che il __________, facendo seguito all’avviso ai terzi debitori contenuto nella pubblicazione, l’aveva informato dell’esistenza di tre conti intestati al fallito (n. __________), ha chiesto ed ottenuto dalla banca il versamento sul suo conto del saldo dei tre conti. Sull’estratto dei due ultimi conti, che presentavano ognuno un saldo attivo di fr. 5'222.-- al 31 dicembre 2005, figura la dicitura “Conto di risparmio RI 2 - 06.08.1985”, rispettivamente “Conto di risparmio RI 3 - 22.10.1983”.
C. Il 16 febbraio 2006, il fallito ha chiesto all’Ufficio di restituire tali importi ai “legittimi aventi diritto economico”, ossia ai suoi figli, RI 2 e RI 3, ricordando che nella prassi bancaria i conti di risparmio dei figli minorenni sono intestati ai genitori, la proprietà economica rimanendo però dei figli, e che l’autorità non potrebbe sottrarre loro detti conti qualora, per una “dimenticanza assolutamente trascurabile”, il mutamento della titolarità non sia stato poi formalizzato al momento della maggiore età.
D. Con la decisione impugnata, l’CO 1 ha respinto la richiesta del fallito, precisando che gli importi incassati sarebbero serviti ad aprire la procedura fallimentare in via sommaria. L’Ufficio ha inoltre comunicato di non intendere assegnare ai figli il termine di 20 giorni di cui all’art. 242 cpv. 2 LEF per promuovere azione di rivendicazione al foro del fallimento, in quanto siffatta norma non è applicabile in seguito al versamento operato dalla banca.
E. I ricorrenti contestano la mancata applicazione dell’art. 242 LEF e affermano comunque che l’Ufficio non avrebbe dovuto incassare gli importi oggetto di contestazione. Per quanto concerne il conto principale (n. __________), il fallito afferma che il saldo (pari a fr. 962,85 al momento del suo trasferimento, il 20 febbraio 2006, sul conto dell’Ufficio, e a fr. 1'225,90 il 31 dicembre 2005) era composto per fr. 300.-- di una rimanenza di prestazioni assistenziali versate dall’Ufficio del sostegno sociale, da ritenere impignorabili, e per fr. 600.-- di un rimborso della Cassa malati per il pagamento di spese mediche. I conti rubricati a nome dei figli sono invece stati alimentati mediante un ordine permanente di pagamento di fr. 50.--/mese a carico del conto principale in atto da anni. I ricorrenti espongono poi diverse circostanze dalle quali deducono che tali conti sono di pertinenza dei figli, in particolare il fatto che al compimento del diciottesimo anno la banca avrebbe comunicato loro che da quel momento essi avrebbero potuto disporre del conto liberamente senza il consenso del detentore dell’autorità parentale.
considerando
in diritto:
L’CO 1 ritiene a ragione che, a questo stadio della procedura, la questione della rivendicazione della titolarità dei conti è diventata priva di oggetto, dato che la banca – PI 1 – gli ha già consegnato, per conto del fallito, il saldo dei conti oggetto di controversia. In effetti, la massa fallimentare non vanta più alcun credito nei confronti della banca che possa essere oggetto di rivendicazione da parte dei ricorrenti, i quali, tutt’al più, potrebbero chiedere a PI 1 di eseguire una seconda volta il suo obbligo fondato sulla relazione bancaria n° __________ qualora persistessero a sostenere che la banca non si è validamente liberata nelle mani dell’Ufficio.
Anche una rivendicazione sugli averi consegnati dalla banca è esclusa, dal momento che la relazione bancaria non verteva sul deposito di una somma individualizzata o di cartevalori e che comunque il saldo dei tre conti non è stato versato in contanti ma è semplicemente stato accreditato sul conto dell’Ufficio.
I ricorrenti rimproverano anche all’Ufficio di non aver fissato loro un termine per promuovere azione di rivendicazione già al momento in cui l’esistenza dei conti è stata scoperta, ossia a un momento in cui la banca non ne aveva ancora girato il saldo sul conto dell’Ufficio.
3.1. Secondo la giurisprudenza del Tribunale federale (cfr. DTF 128 III 388, 105 III 14, 90 III 92, 87 III 16, 76 III 10 s., 70 III 36 ss.), la procedura prevista all'art. 242 LEF non è applicabile alle rivendicazioni vertenti su crediti non incorporati in una cartavalore. Una parte della dottrina condivide la stessa tesi (cfr. E. Blumenstein, Handbuch des schweizerischen Schuldbetreibungsrechtes, Berna 1911, p. 754; J.-F. Piguet, Les contestations de droit matériel dans la poursuite pour dettes et la faillite, tesi Losanna 1950, p. 124 s. ; J.-L. Tschumy, La revendication de droits de nature à soustraire un bien à l’exécution forcée, tesi Losanna 1987, p. 84 s. ; Fritzsche/ Walder, Schuldbetreibung und Konkurs, vol. II, 3a ed., Zurigo 1993, n. 15 ad § 48 ; Jaeger/Walder/Kull/Kottmann, Bundesgesetz über Schuldbetreibung und Konkurs, vol. I, 4a ed., Zurigo 1997/1999, n. 9 ad art. 242; Russenberger, Basler Kommentar zum SchKG, vol. III, Basilea/Ginevra/Monaco 1998, n. 10 e 12 ad art. 242; Brunner/Reutter, Kollokations- und Widerspruchsklagen nach SchKG, 2. ed., Berna 2002, p. 91 ad a; implicito: W. A. Stoffel, Voies d'exécution, Berna 2002, n. 69 ss. ad § 11), mentre alcuni autori sostengono che non ci si potrebbe limitare ad un'interpretazione letterale dell'art. 242 LEF, sicché la sua portata andrebbe estesa anche ai crediti non incorporati in una cartavalore, per analogia con quanto previsto agli art. 106 ss. LEF (cfr. Jaeger, Kommentar SchKG, vol. II, Zurigo 1911, n. 3/C ad art. 242; E. Brand, Fiches juridiques suisses n. 999, p. 15 cifra 5 ad b e n. 55; Fiche n. 1172 p. 2/3 e n. 122; Gilliéron, Commentaire de la LP, vol. III, Losanna 2001, n. 17 ad art. 242; apparentemente nello stesso senso: Amonn/ Walther, Grundriss des Schuldbetreibungs- und Konkursrechts, 7a ed., Berna 2003, n. 28 ss. ad § 45; non si pronunciano: Jeandin/Fischer, Commentaire romand de la LP, Basilea/ Ginevra/Monaco 2005, n. 3 ad art. 242).
Sebbene non sia sempre stata costante (cfr. i rif. citati da Gilliéron, op. cit., n. 15 s. ad art. 242), la giurisprudenza federale è stata recentemente confermata e vincola quindi questa Camera.
3.2. D’altronde, l’Ufficio era tenuto, ai termini dell’art. 243 cpv. 1 LEF, a incassare il credito del fallito contro la banca, credito che poteva legittimamente essere considerato liquido e scaduto, siccome era stato annunciato dalla stessa banca in ossequio alla comminatoria di cui all’art. 232 cpv. 2 n. 3 LEF contenuta nella pubblicazione dell’apertura del fallimento (cfr. Russenberger, op. cit., n. 3 ad art. 243; Jeandin/Fischer, op. cit., n. 4 ad art. 243). A questo proposito non si può passare sotto silenzio il comportamento riprovevole del fallito, che non aveva rivelato all’Ufficio l’esistenza del conto al momento del suo interrogatorio e che ha continuato a disporne dopo la dichiarazione del fallimento.
Non si può però nascondere che la richiesta ricorsuale di restituzione degli averi girati sul conto dell’Ufficio avrebbe probabilmente dovuto essere accolta qualora l’incasso contestato fosse stato dovuto a un manifesto errore di PI 1. L’Ufficio, nella sua qualità di autorità pubblica, deve infatti comportarsi in modo corretto e leale. Motivi di opportunità gli sconsigliano peraltro di accettare importi che con ogni probabilità dovrebbero poi essere restituiti a titolo di indebito arricchimento a chi li ha versati per errore o a chi erano effettivamente dovuti. Nel caso concreto, risulta tuttavia dai documenti di apertura della relazione bancaria e dagli estratti conto che il fallito era l’unico titolare dei conti e quindi l’unico creditore della banca. Non si evince dagli atti (e in particolare dallo scritto 7 giugno 2006 di PI 1) che i conti di risparmio siano stati aperti da RI 1, in virtù della sua autorità parentale, a nome e per conto dei propri figli (il rapporto di filiazione non è né indicato né documentato nella documentazione bancaria). Dal fatto che i due “conti risparmio regalo” sono stati costituiti “per” i figli RI 2 e RI 3 si potrebbe dedurre tutt’al più una stipulazione del fallito a favore di questi ultimi (cfr. art. 112 CO e ZBJV 1996, 99 s.), ma RI 1 non avrebbe comunque più potuto disporne dopo l’apertura del suo fallimento – quindi non avrebbe potuto esigere dalla banca il versamento del saldo a favore dei figli – e non è stato provato che i figli avessero fatto valere il loro preteso diritto sui conti prima che la banca si liberasse a favore dell’Ufficio. I ricorrenti non hanno d’altronde dimostrato l’esistenza – non confermata dalla banca (cfr. scritti 7 giugno e 25 agosto 2006) – di una pattuizione contrattuale secondo cui al compimento del diciottesimo anno i figli avrebbero potuto disporre del conto liberamente. Infine, anche se – come affermano i ricorrenti – i figli fossero stati aventi diritto economico dei conti ai sensi del diritto bancario (non è tuttavia stato prodotto il relativo formulario “A”), essi non avrebbero potuto opporsi alla loro inclusione nella massa fallimentare del padre, poiché avrebbero dovuto lasciarsi opporre la costruzione giuridica scelta da quest’ultimo (cfr. C. Jaques, La saisie et le séquestre des droits patrimoniaux dont le débiteur est l’ayant droit économique, ZZZ 2005, p. 325 s. ad 3.1, con rif.). In queste condizioni è inutile verificare come i conti siamo stati alimentati e utilizzati.
I figli non sono legittimati a contestare la pignorabilità del saldo del conto privato (n° __________). Infatti, essi sono ormai maggiorenni e non vivono più con il padre (hanno domicili distinti), sicché non sono abilitati ad invocare gli art. 92 e 93 LEF (per il rinvio dell’art. 197 cpv. 1 LEF), poiché non sono più membri dell’economia domestica del fallito. Quest’ultimo è invece indiscutibilmente legittimato a presentare questa censura.
5.1. La
questione della pignorabilità del conto privato del fallito deve essere
esaminata alla data dell’apertura del fallimento (cfr. Romy, Commentaire romand de la LP, Basilea/Ginevra/Monaco
2005, n. 25 ad art. 197; Handschin/Hunkeler,
Basler Kommentar zum SchKG, vol. III, Basilea/Ginevra/Monaco 1998, n. 80 ad
art. 197), ossia nel caso di specie all’11 novembre 2005. A tale data, il saldo
del conto era di fr. 121,25 (doc. 39a dell’incarto fallimentare). Questo
importo risultava pignorabile, in quanto era il risultato di accrediti
ovviamente non impignorabili. In particolare, i bonifici effettuati dalla cassa
malati Assura quali rimborsi di spese mediche non rientrano tra i beni
impignorabili ai sensi degli art. 92 e 93 LEF – norme topiche anche in materia
di fallimento (cfr. art. 197 cpv. 1 LEF e Ochsner,
Commentaire romand de la LP, Basilea/Ginevra/ Monaco 2005, n. 19 ad art. 92 e
gli interessi dei medici, come quelli di tutti gli altri creditori, sono
protetti con la facoltà riconosciuta loro d’insinuare i propri crediti nel
fallimento del paziente (e assicurato).
5.2. Determinante per la questione della pignorabilità non è il momento in cui la prestazione del terzo è stata accreditata sul conto del fallito bensì il momento in cui è sorta la pretesa di quest’ultimo (cfr. Handschin/Hunkeler, op. cit., n. 13 e 85 ad art. 197). Fanno quindi parte della massa attiva anche i bonifici della cassa malati posteriori all’apertura del fallimento purché si riferiscano a fatture mediche o farmaceutiche diventate esigibili prima dell’11 novembre 2005, ritenuto che l’obbligo dell’assicurazione di rimborsare i costi delle prestazioni assicurate sorge al momento in cui tali costi diventano effettivi (cfr. art. 24 LAMal.). Per quanto concerne il caso in esame, nell’incarto fallimentare mancano però gli elementi (decisioni di rimborso, fatture mediche o farmaceutiche) necessari a stabilire se i bonifici 16 e 23 novembre, 14 e 29 dicembre 2005 e 8 febbraio 2006 riguardano o no prestazioni da includere nella massa fallimentare attiva. L’incarto va pertanto retrocesso all’Ufficio (cfr. art. 21 cpv. 4 LPR), affinché istruisca la questione, aggiunga se del caso al saldo di fr. 121,25 (cfr. supra cons. 5.1) gli importi dei rimborsi di Assura da computare nella massa attiva, e modifichi eventualmente la decisione impugnata in base a tale calcolo.
5.3. Giusta l’art. 197 cpv. 2 LEF, i beni pignorabili che entrano nel patrimonio del fallito dopo l’apertura del fallimento fanno parte della massa fallimentare attiva solo se il fallito li ha acquistati senza fornire un’attività personale (cfr. Handschin/Hunkeler, op. cit., n. 84 ad art. 197; Gilliéron, op. cit., n. 24 ad art. 197; Amonn/Walther, op. cit., n. 12 ad § 40), oppure – in altri termini non del tutto equivalenti – se il fallito li ha acquistati a titolo gratuito (cfr. Stoffel, op. cit., n. 36 ad § 10; Romy, op. cit., n. 30 ad art. 197).
a) I rimborsi della cassa malati non sono beni pignorabili ai sensi dell’art. 197 cpv. 2 LEF, perché sono la controprestazione di un contratto oneroso.
b) Pure le prestazioni assistenziali (di fr. 1'774.--/mese, cfr. doc. E allegato al ricorso) versate al fallito a partire dal 1° gennaio 2006 non possono essere considerate quali beni pignorabili ai sensi dell’art. 197 cpv. 2 LEF, da una parte perché sono assolutamente impignorabili (art. 92 cpv. 1 n. 8 LEF; vonder Mühll, Basler Kommentar zum SchKG, vol. II, Basilea/Ginevra/ Monaco 1998, n. 30 ad art. 92; Gilliéron, op. cit., n. 159 ad art. 92; apparentemente contra: Ochsner, op. cit., n. 143 ss. ad art. 92), dato che sono calcolate in funzione dei bisogni dell'assistito e non quale sostituto di reddito (cfr. art. 19-20 LAS, RL 6.4.11.1), e d’altra parte perché queste prestazioni sono in linea di principio rimborsabili (art. 33 LAS) – quindi non sono “gratuite”. Per i medesimi motivi, non risulta applicabile la regola secondo cui i redditi impignorabili risparmiati dal debitore (ossia gli importi che egli non ha speso durante il mese per il quale sono stati versati) diventano illimitatamente pignorabili (cfr. DTF 59 III 16; Ochsner, op. cit., n. 17 ad art. 93); questa regola vale infatti solo nella procedura di pignoramento e non nella procedura di fallimento, nella quale i redditi percepiti dal fallito dopo l’apertura del fallimento sono esclusivamente disciplinati dall’art. 197 cpv. 2 LEF (cfr. Handschin/ Hunkeler, op. cit., n. 64 ad art. 197).
Non si preleva la tassa di giustizia e non si assegnano indennità (art. 61 cpv. 2 lett. a e 62 cpv. 2 OTLEF).
richiamati gli art. 17, 20a, 92, 93, 197, 242, 243 LEF, art. 61 e 62 OTLEF;
pronuncia:
1.1. Di conseguenza l’incarto è retrocesso all’CO 1 per nuova decisione nel senso del considerando 5.2.
Nella misura in cui è ricevibile, il ricorso 3 marzo 2006 di RI 2, __________, è respinto.
Nella misura in cui è ricevibile, il ricorso 3 marzo 2006 di RI 3, __________, è respinto.
Non si prelevano spese né si assegnano indennità.
Contro questa decisione è dato ricorso entro dieci giorni alla Camera delle esecuzioni e dei fallimenti del Tribunale federale a Losanna, per il tramite della scrivente Camera di esecuzione e fallimenti del Tribunale d’appello, in conformità dell’art. 19 LEF.
Intimazione al lic. iur. Andrea Rotanzi, RA 1, __________.
Comunicazione all’CO 1.
Per la Camera di esecuzione e fallimenti del Tribunale d’appello
quale autorità di vigilanza
Il presidente Il segretario